Brano musicale
Il giorno nebbioso arrossisce, poi scolora. È l’alba.
Sta’ attento a questo giorno, toccalo con amore;
preziosa è la sua pena; fragile la sua gioia.
Una crosta di terra con sottil velo d’aria
è tutto il suo regno che la vita rianima e inverde;
giù, il profondo è tomba, e l’alto è vuoto.
Così questo giorno è, agli orli, congiunto alla notte
che tien l’eternità; il cui umore tocca soltanto
la breve radice che tu calchi fra alba e tramonto.
Giuseppe Antonio Borgese
Con sempre maggiore insistenza incarna il principale antidoto al veloce, troppo veloce, che definisce il nostro attuale presente. Non è un caso che uno dei sinonimi dell’Antropocene sia proprio la Grande Accelerazione: un incremento di velocità fuori controllo, ingovernabile, che rischia di farci ribaltare alla prima curva.
Lento è un movimento di resistenza a questo ritmo del contemporaneo, un percorso compiuto a marce più basse, che permette di guardare il paesaggio fuori dal finestrino e magari – di tanto in tanto – anche nello specchietto retrovisore, per vedere quello ci stiamo lasciando alle spalle sfumare, senza separarcene con uno strappo traumatico.
Lento è un modo particolare di intendere la relazione tra tempo e spazio, tra umani e natura, che predilige la prossimità alla dispersione centrifuga, ma è anche capace di produrre raccordi meditati tra distanze siderali senza l’urgenza della comprensione immediata. Lento è un principio di valorizzazione della diversità.
ALBERTO L. SIANI
Il principio metamorfico è il comune denominatore che ha consentito alle culture arcaiche di spiegare la natura inorganica, l’origine degli organismi e di se stessi. Nella cosmogonia cinese l’intera configurazione del mondo è l’esito di una trasformazione metamorfica: dopo la sua morte, il respiro del leggendario gigante Pan Gu si trasforma in vento, la sua voce in tuono, gli occhi nel Sole e nella Luna, le braccia in montagne, le vene in sentieri e la carne in terreno. O ancora, secondo il mito greco, i sassi gettati dietro le spalle da Pirra e Deucalione si trasformano in esseri umani per ripopolare il pianeta dopo il grande diluvio voluto da Zeus.
Questa funzione esplicativa per «organizzare il caos» fa leva sui principi di accostamento e somiglianza, e coinvolge ogni trasformazione possibile – il mutare di minerali in vegetali, di animali in umani e persino di questi ultimi in stelle… Per orientarsi nel mondo, tutti i popoli antichi spiegavano l’esistenza attuale degli enti naturali nella loro continuità spazio-temporale. Apparteniamo a una rete di relazioni vitali che costituiscono intrinsecamente la nostra identità.
Siamo l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, l’ambiente che abitiamo, siamo nodi nella rete di interconnessioni della vita. Come ogni altro ente organico, anche noi siamo parte della natura e quest’ultima nella sua interezza si riflette in noi.
VALERIA MAGGIORE
L’acqua è H2O, due parti di idrogeno, una di ossigeno, ma c’è anche una terza cosa che la rende acqua, e nessuno sa cosa sia… L’acqua utilizzabile è e sarà sempre più scarsa, e una serie di fenomeni acquatici diverranno sempre più catastrofici: inondazioni, innalzamento del livello dei mari, precipitazioni… Anche solo a pensarci troppo, per contrasto, manca l’aria!
L’acqua è indispensabile oltre che fonte di piacere per i sensi, ma con estrema facilità può annientare la nostra percezione e la nostra stessa esistenza. L’esperienza dell’acquatico contiene sempre il rimando ai limiti delle possibilità umane, a un orizzonte che però, come quello marino, è anche apertura e principio di orientamento.
Perché possa esserci acqua dentro di noi, e quindi perché possiamo vivere, bisogna che sia data anche l’acqua al di fuori di noi. L’acquatico istituisce una connessione delicata tra l’essere umano con i propri limiti biologici e il mondo cui esso appartiene. Perché nasciamo nell’acqua e restiamo acqua almeno per metà! Forse dovremmo imparare a percepire l’umano come una modesta percentuale dell’acquatico.
ALBERTO L. SIANI
Partitura e Parti Sinfonia Borgesiana di Giacomo Cuticchio
